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BAM Piemonte Project 2008 > Terza edizione della Biennale del Piemonte

Villa Giulia > Verbania Pallanza - ARTDESIGN

 

Ho definito, nell’importante catalogo pubblicato nel 2006 sintesi delle prime due edizioni,  la Biennale d’Arte Moderna e Contemporanea del Piemonte  una manifestazione radicalmente diversa rispetto alle molte analoghe organizzate in Italia e nel mondo in cui, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo la presenza della medesima compagnia di giro, sia di artisti che di curatori, radunati attorno a tematiche improntate prevalentemente al “politicamente corretto” dove, ad esempio, gli artisti africani e medio orientali non vengono invitati come portatori di poetica ma come portavoce del dramma e del disagio, quelli asiatici come esempio di rinnovato spirito imprenditoriale specchio delle loro società in ascesa, con quotazioni subito salite alle stelle, una presenza italiana ridotta ai minimi termini e deficitaria anche rispetto agli altri paesi del Mediterraneo ;  il tutto ad amplificare lo strapotere dell’asse angloamericano ed il recente risveglio della grandeur francese. La BAM ha una precisa finalità, in decisa controtendenza rispetto alla “biennalite” che caratterizza la scena artistica contemporanea mondiale ;  quella di valorizzare l’arte e la creatività piemontesi dal secondo dopoguerra ad oggi ponendole a confronto con lo scenario internazionale  secondo un percorso che, ad ogni scadenza, si indirizza verso aree diverse di analisi storica e contenutistica. Dopo “Proposte artistiche in Piemonte 1996/2004” della prima e sperimentale edizione del 2004, e “Arte in Piemonte 1975/1995” tema del 2006 che ha segnato il lancio definitivo della manifestazione, ed il significativo intermezzo della “BAM on tour 2007” per il 2008 abbiamo ritenuto opportuno porci in sintonia con l’importante iniziativa di “Torino 2008 World Design Capital”, approntando una manifestazione, articolata in due sezioni e due sedi, intitolata semplicemente “Art Design”. Quindi approntiamo da un lato una selezione accurata di design e di progettazione architettonica, che sarà curata da Riccardo Ghirardini presso il tradizionale sito di Villa Giulia a Verbania Pallanza, mentre il sottoscritto lavorerà ad una sezione in cui si analizzeranno le molteplici tangenze vigenti, nella contemporaneità, tra l’ambito elle arti visive tradizionalmente inteso, il design e l’architettura nella nuova sede per il contemporaneo del Museo del Paesaggio, collocata a Casa Ceretti a Verbania Intra, a sancire una importante collaborazione con la più importante sede museale del Verbano Cusio Ossola. Il terreno condiviso da arte e design è generato dalla medesima nascita in seno all’estesa categoria dell’artigianato, della “technè” intesa, nell’etimologia antica del termine, come concretizzazione oggettiva dei procedimenti mentali, connubio tra cultura “alta”, ideale e simbolica, e sua applicazione materiale, sinergia a lungo ignorata, ma ormai pienamente compresa nel clima della postmodernità, dove ci troviamo a vivere e ad operare. Più nello specifico l’arte, dopo le utopie delle avanguardie storiche, diffusesi, ed in parte concretizzatesi, su più ampia scala,  nel secondo dopoguerra, quando appariva centrale l’esigenza di una più estesa riproducibilità e diffusione del prodotto artistico, dopo essersi rifugiata, in seguito, nella specificità del suo linguaggio, nella stagione del Concettuale ma anche in quella, successiva ed opposta, del “ritorno alla pittura”, ha, dopo la prima metà degli anni ’80, e con modalità decisamente più marcate ai giorni nostri, imboccato un’altra strada, all’interno dell’eclettismo stilistico che caratterizza la contemporaneità. Oppressa da uno scenario altamente competitivo in termini iconografici e di estetizzazione diffusa dei mezzi di comunicazione, sempre più saccheggiata e costretta sulla difensiva da un incedere incessante di feticci e simulacri d’ogni sorta, l’arte attuale si difende optando per un atteggiamento in bilico tra adesione al reale, in termini di confronto serrato mediato dal tramite degli ausili offerti dalla tecnologia, e calcolato ritrarsi iconografico tra  le pieghe del simbolo e di una ritrovata dimensione artigianale della creazione. Dimensione che si esplicita in vari modi e maniere, col tramite della pittura o di una competizione alla pari con gli oggetti e i comportamenti d’uso comune, intesi sia in senso concreto e tangibile che metanarrativo,  sfidati sul loro stesso terreno con pratica demistificante ed ironica. Questa nuova dimensione “artigianale” dell’arte, in particolare di quella italiana, attualmente assai sottovalutata nello scenario internazionale, rappresenta qualcosa di inedito, che si manifesta con modalità differenti rispetto ad episodi passati, e rende questo dialogo a distanza ravvicinata tra arte e design quanto mai attuale.  Negli anni’50 e fino ai primi anni’60, dopo la rivendicazione di un approccio ed interscambio tra arte e nuove tecnologie rivendicata soprattutto dagli Spazialisti di Lucio Fontana e dai Nuclearisti, ci si sposta sul versante estetico e sociopolitico dei Situazionisti  di Debord  e dell’Urbanistica Unitaria di Costant, con il collante fornito dal geniale artista e promotore culturale albese Pinot Gallizio. Ma il fronte più sintonico al tema di questa mostra è quello rappresentato dal Nuovo Bauhaus di Max Bill, a cui si contrappone, soprattutto da un punto di vista teorico e della provocazione culturale il Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista di Asger Jorn. In Bill abbiamo una esasperazione dei contenuti rispetto ad una serializzazione estrema dell’oggetto artistico in chiave meramente funzionalista ; l’arte doveva, in poche parole, avere una missione estetica spendibile in termini di applicazione concreta, pena la sua inutilità ed emarginazione. Jorn, all’opposto, rivendicava il primato dell’immagine sulla forma, della creatività artistica sulla funzione, che assumeva un ruolo importante ma secondario rispetto all’irripetibile personalità dell’artefice. Affermazione valida soprattutto per l’architettura. L’arte crea le immagini di cui poi l’architettura si serve per dare vita ad una dimensione ambientale ideale. Sono gli anni, quelli, in cui si dibatte sulla necessità di creare agglomerati edilizi a misura d’uomo, siamo non a caso nella fase del “boom” economico, intuizione che, come è noto, andrà purtroppo completamente disattesa, con la realizzazione di orridi contenitori periferici dove vennero accatastati, è il termine giusto, i flussi migratori provenienti dal Sud, e non solo. Le istanze di riqualificazione dell’ambiente urbano, a lungo disattese, hanno fortunatamente ripreso vigore in tempi recenti. Da allora l’arte, dopo le premesse storiche prima illustrate, abbandona il suo isolamento linguistico, pur non smarrendo le sue norme e la sua eccezionalità d’evento, per contaminarsi, ed essere contaminata, dall’ambiente circostante. Il design, dal canto suo, diviene, particolarmente in Italia, elemento centrale della nostra creatività, adeguandosi agevolmente alla specificità del “genius loci”, fatto di stratificazione e sedimento culturale, ma anche di ironia e disincanto. Rispetto alla questione del rapporto tra l’arte e la sua applicazione pratica ci si è avvicinati ad una giusta impostazione del problema laddove l’oggetto non ha perduto nulla della sua funzione primaria che è soprattutto tecnica, in particolare nella scelta dei materiali, traendo dall’arte, e dalle forme che essa ha assunto nel corso del Novecento, la vocazione al manifestarsi in un veste simbolica tale da indicarne l’affidabilità in termini di confort e di prestazioni. Ritornando in maniera esclusiva, a questo punto, alla fenomenologia degli eventi artistici, è fatto ormai assodato che, dopo la seconda metà degli anni’70, con il pieno ingresso nella post modernità, si è esaurita, dopo il quasi totale azzeramento linguistico prodotto dal Concettuale, la carica propulsiva delle avanguardie novecentesche e si è entrati in una tipica stagione di passaggio dove l’arte si è dapprima interrogata sul suo passato, volgendo lo sguardo all’indietro, con la riproposizione della manualità pittorica e della decorazione, per poi, dopo la seconda metà degli anni’80, dapprima timidamente, poi con modalità più decise, porgerlo di nuovo in avanti, verso un futuro dai confini ancori incerti, come un approdo cui la foschia impedisce una nitida visione ma di cui si intravedono i confini. Nell’attuale clima di eclettismo stilistico persiste tuttora la citazione delle avanguardie novecentesche ma, nei casi migliori, che in Italia non sono pochi pur avendo subito, negli scorsi anni, un tenace processo di oscuramento ormai sempre più prossimo al tramonto, si assiste ad una ridefinizione dei generi, sullo sfondo dell’inevitabile collante del rapporto con le nuove tecnologie e l’universo delle comunicazioni, con cui ci si confronta sperimentandone dall’interno le potenzialità di arricchimento formale o, al contrario, ci si sottrae pur non negandole, rifugiandosi consapevolmente nell’ambito della specificità linguistica e nella suggestione di una narrazione simbolica. Di certo l’arte, fonte primigenia da cui scaturiscono tutta una serie di applicazioni secondarie, negli ultimi tempi ha dovuto subire numerose  irriverenti invasioni di campo, in particolare da parte della pubblicità, della moda, più in generale dal mondo delle merci e dei consumi. A questo stato di cose pare inizi a reagire invertendo i termini della questione, invadendo i territori altrui con nuova consapevolezza, contaminando e conferendo poetica linfa vitale all’ambito esterno, ad un mondo inanimato popolato da un poliedrico repertorio oggettuale, un nuovo concettualismo in cui l’eccessivo rigore linguistico si sdrammatizza tramite robuste iniezioni di ironia e spirito ludico. Ma non solo, questa ritrovata attenzione per il rapporto tra l’arte e quanto si manifesta al di fuori di lei  si estende anche ad ambiti quali l’installazione ambientale con un rinnovato dialogo tra artificio e natura, ed inoltre denota una intima riflessione per la propria fisicità rapportata alla dimensione del quotidiano. D’altra parte anche l’architettura, prova ne è l’ultima Biennale veneziana allestita proprio in questi giorni, ed il design tengono sempre più conto di questa mutata situazione.  In uno scenario definito dal sociologo Zygmunt Bauman di “modernità liquida”, in cui non vi è più la fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” tipiche della società industriale, ma un eterno presente contraddistinto per paradosso da una frenetica mobilità in cui il cambiamento non è più un passaggio ma lo strumento stesso dell’esistere, e da una condizione estetica definita “gassosa” dal filosofo francese Yves Michaud, tale per cui tutto è necessariamente “bello” e l’arte da oggetto auratico non è più neanche evento politico ma si è tramutata in puro vapore che tutto ammanta di se, gli architetti ma soprattutto i designer sono sempre più chiamati alla produzione di manufatti che vadano oltre il mero funzionalismo corredato da belle forme per assumersi la responsabilità di dotare di senso il qui ed ora, senza l’ossessione del prima e del dopo, adoperando molteplici spunti e tracce colti con prontezza dal presente. Questa condizione dell’esistenza porta il design a farsi sempre più artistico e l’arte ad una disinibizione formale e ad un plurilinguismo evidenti. La selezione degli artisti vede la presenza di personalità in grado di esprimersi con assoluta naturalezza nei territori di confine. Si va dall’architettura dell’immagine di Enzo Bersezio e Claudio Rotta Loria, al raffinato ed ironico oggettualismo  di Corrado Bonomi, Matilde Domestico, Vittorio Valente e Ivo Vigna, alla pittura espansa ad invadere ambienti ed oggetti di Antonio Carena, Ferruccio D’Angelo e Mercurio, all’attenzione di Silvano Costanzo per simboli ed ambienti del nostro vivere quotidiano, alla maniacale e precisa attenzione della pittura di Enzo Gagliardino nei confronti della dimensione architettonica, per passare alla rigorosa astrazione minimalista di Luciano Gaglio, all’assoluta ed armonica integrazione  tra arte e design operata da Ferdi Giardini, alla profonda riflessione attivata sulle dinamiche della percezione da Carlo Giuliano, alla materia prosciugata ed essenzializzata nelle forme delle opere di Carlo Manini, alla rappresentazione fotografica di introspezione degli ambienti tipica delle opere di Jill Mathis, Paolo Minioni e Matthieu Roggero, al lavoro di esaltazione poetica di particolari ambienti metropolitani di Fausto Pagliano, all’antiretorica di Sergio Ragalzi nel manipolare oggetti dell’abbigliamento quotidiano indicandone la funzione di supporto esistenziale , all’abilità con cui Valerio Tedeschi manipola il marmo rendendolo docile e duttile strumento espressivo.

 

Edoardo Di Mauro, settembre 2008.